Il suo programma, raccolto in 156 pagine (16 capitoli con 302 misure), genera indubbiamente apprensione. L’espulsione in massa dei cittadini stranieri “non integrati”, compresi i richiedenti asilo, le classi scolastiche differenziate per i disabili, la piena affermazione della cultura classica tedesca contro il multiculturalismo, l’abolizione dell’euro con il ritorno del marco, la lotta all’ideologia gender sono soltanto alcune delle proposte che vi sono contenute.
Sta aprendo un ampio e acceso dibattito in tutta Europa la grande avanzata del partito “Alternativa per la Germania” (AfD), che in Sassonia-Anhalt ha raggiunto il 44% dei voti. E potrebbe bissare alle imminenti elezioni amministrative. Anche perché, a differenza degli altri Stati dove una destra certamente più moderata dell’AfD è al governo (Italia compresa), la Germania ha proprie specificità che legittimano le estese preoccupazioni per l’ascesa di questa formazione estremista.
Innanzitutto, con quasi 84 milioni di abitanti e la maggiore ricchezza in ambito comunitario, quella tedesca è la principale nazione dell’Unione europea. Senza dimenticare che ne è tra i Paesi fondatori. Quindi un profondo rivolgimento in Germania avrebbe conseguenze in tutto il continente.
In secondo luogo la svolta elettorale ha una componente allarmante legata ovviamente alla storia del Novecento. Qui, a differenza che in Italia con il fascismo, il Paese ha cercato di chiudere definitivamente i conti con il suo orrendo passato nazista, che comunque continua a pesare come un macigno.
Ciò spiega perché, dal dopoguerra ad oggi, si sono alternati al governo due partiti estremamente moderati che hanno garantito costante stabilità e misura.
Quello di centrodestra, la Cdu/Csu (Unione cristiano-democratica / Unione cristiano-sociale), ha governato dal 1949 fino al 1969 (con l’europeista Adenauer primo Cancelliere federale), poi dal 1982 al 1998 con Kohl, quindi dal 2005 al 2021 con Angela Merkel.
L’altro, la SPD, partito socialdemocratico, è stato al potere con Willy Brandt dal 1969 al 1974, con Helmut Schmidt dal 1974 al 1982, con Gerhard Schröder dal 1998 al 2005, con Olaf Scholz dal 2021 al 2025.
Per decenni, quindi, la società tedesca è riuscita a scongiurare il vigoroso riemergere di ideologie e retoriche neonaziste o antidemocratiche, evitando soprattutto la loro infiltrazione nel sistema istituzionale. Però, poi, con il recente decadimento economico e politico, la diga contro la penetrazione di ideali nostalgici, soprattutto nell’esercito, tra le forze dell’ordine e negli uffici pubblici, si sta indebolendo. Sono ormai all’ordine del giorno riunioni sempre meno clandestine e sempre più partecipate in cui trovano validazione quelle proposte radicali assorbite dai programmi dell’AfD.
Una terza caratteristica è relativa all’elettorato, che in Germania è particolarmente attento ai temi economici. Per cui, se per oltre settant’anni la crescita è stata quasi costante e ha garantito anche la stabilità governativa, senza contraccolpi, la profonda crisi degli ultimi anni ha alterato i radicati equilibri, spalancando le porte all’estrema destra che, quarta peculiarità, in Germania è particolarmente radicale, insomma ha poco a che vedere con Fratelli d’Italia, con il Rassemblement National francese di Marine Le Pen o con Vox di Santiago Abascal in Spagna.
La crescita dell’AfD è quindi favorita da una serie di fattori, non ultimo il fatto che il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla è visto come estraneo a quel potere accusato di aver trascinato il Paese nel baratro con la regia delle “solite” formazioni politiche tradizionali, tra l’altro ormai abituate anche a governare insieme, come sta avvenendo attualmente con il premier Friedrich Merz sostenuto sia dai cristiano-democratici sia dai socialdemocratici. La storia conferma che i cosiddetti “cordoni sanitari” contro le formazioni anti-sistema, o le “ammucchiate” nelle stanze dei bottoni, talvolta fanno proprio il gioco dell’opposizione, vista come estranea all’establishment. Il boom di Fratelli d’Italia nel 2022 si deve anche a questo.
È vero che sono lontane le prossime elezioni federali in Germania, previste nel 2029. Quindi grandi stravolgimenti imminenti non ci dovrebbero essere. Ma le preoccupazioni sono legate anche alla fase di grave crisi economica della nazione teutonica, condizione che alimenta malcontento e ulteriori spinte verso l’estrema destra. Il rischio, ovviamente da scongiurare, è che la storia degli anni Trenta del Novecento si ripeta. Tutto ciò proprio mentre il Paese sta effettuando enormi investimenti negli armamenti.
A livello internazionale, poi, pesano le simpatie filorusse dell’AfD, con i sospetti della reciproca “simpatia” da Mosca. Un quadro che andrebbe a minare principalmente l’Unione europea, tra l’altro sempre meno amata proprio dai cittadini comunitari principalmente per l’eccesso di burocrazia e per la sottrazione di sovranità nazionale.
La pesante crisi attuale, con i licenziamenti di massa – si pensi alla Volkswagen – o con l’aumento della microcriminalità – finisce poi per far additare quasi esclusivamente all’immigrazione il capro espiatorio. Finché i milioni di turchi e di italiani sono stati utili come manovalanza per supportare la crescita economica, l’insofferenza raramente è emersa in forme clamorose. Oggi, con le fabbriche che chiudono e il welfare sforbiciato, lo straniero è indicato come responsabile dell’immiserimento e del degrado.
È innegabile che le porte spalancate all’immigrazione, come avvenuto in gran parte dell’Europa con le medesime conseguenze, abbiano concorso a generare reazioni impetuose da parte soprattutto dei cittadini in maggiori difficoltà economiche, i quali stanno scegliendo nella fermezza sbandierata dall’estrema destra la risposta più idonea alle crescenti problematiche quotidiane. Ciò è anche il frutto di un fenomeno, quale quello migratorio, spesso ignorato dalla politica per le complessità nel gestirlo o addirittura favorito come occasione di business per la sua amministrazione.
Per attenuare le spinte estremiste e rompere le connivenze di questi fenomeni con i “liquidi” e sfuggenti poteri transnazionali, ad iniziare dalla tecnocrazia, c’è la necessità che la buona politica faccia la sua parte. Prima che sia davvero tardi per la salvaguardia delle nostre democrazie.
Redazione






























