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    UNSIC: Cernobbio, incentivi alle imprese: 299 miliardi in 25 anni - UNSIC

    Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato 299 miliardi di euro di incentivi alle imprese, di cui 18,3 miliardi nel 2024, pari allo 0,8% del Pil. Le maggiori beneficiarie delle misure sono le Pmi, che nel 2024 hanno assorbito il 66% degli incentivi erogati dal ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit). Ma la quantità non basta.A fare la differenza non è soltanto quanto si spende, ma come gli incentivi vengono scelti, progettati, applicati e valutati. Sono i dati emersi dalla ricerca Teha Group, presentata al 52esimo Forum di Cernobbio (4-5-6 settembre), che fotografa un sistema frammentato e poco selettivo.

    L’analisi “Sostenere chi crea valore: incentivi alle imprese e semplificazione amministrativa per la competitività” mette in relazione tre dimensioni: gli incentivi come strumento, la Pubblica amministrazione come infrastruttura attraverso cui vengono attuati e la competitività come risultato finale. Lo studio comprende anche quattro casi rappresentativi del sistema italiano: Impresa 4.0, Fondo di garanzia per le Pmi, Transizione 4.0 e Transizione 5.0.

    Nel 2024 gli incentivi italiani hanno rappresentato lo 0,8% del Pil, una quota vicina alla media europea dello 0,9%. Il confronto con alcune delle principali economie dell’Unione evidenzia però una situazione diversa: in Francia la quota è stata dell’1,2% del Pil mentre in Germania dell’1%. Guardando all’insieme dei 27 Paesi dell’Unione, l’analisi non rileva una correlazione positiva tra la quantità di incentivi erogati e la crescita della produttività. Anche se bisogna considerare che non tutte le misure hanno l’obiettivo diretto di aumentare la produttività, dai dati risulta evidente che più risorse non significano automaticamente più crescita.

    La questione principale è che gli incentivi dovrebbero essere più selettivi, aggiuntivi rispetto agli investimenti che le imprese avrebbero comunque realizzato e coerenti con una strategia industriale di lungo periodo. Nell’ultimo decennio in Italia sono stati introdotti più di dieci nuovi strumenti e oltre la metà delle misure ha natura trasversale e non selettiva. Nel 2024, inoltre, il 39% degli incentivi italiani è stato destinato a misure emergenziali e di stabilizzazione economica. Nei principali Paesi europei presi a confronto, invece, le risorse risultano maggiormente concentrate su priorità industriali di lungo periodo, dall’energia all’innovazione, fino alla trasformazione tecnologica.

    “Il rischio è che un sistema frammentato e complesso – si legge nella ricerca – finisca per premiare non necessariamente i progetti con il maggiore potenziale di creare valore, ma le imprese più attrezzate per intercettare le agevolazioni, spingendo le decisioni industriali a inseguire le finestre di incentivo anziché le priorità strategiche dell’impresa e del Paese”.

    C’è poi una seconda questione. Ministeri, Regioni, enti locali, agenzie, certificatori e organismi tecnici e di controllo intervengono in un percorso fatto di passaggi, adempimenti e verifiche. Per le imprese questo significa più costi, tempi più lunghi e maggiore incertezza. Secondo le stime di Teha, la difficoltà nell’accesso agli incentivi può generare circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti per le imprese italiane. Si stima che il 65% delle imprese richiedenti ricorrerebbe a consulenti esterni, con un costo medio ponderato di circa 3.650 euro per pratica e assumendo una sola domanda per impresa. La conclusione è che parte del beneficio potenziale degli incentivi può essere assorbita dagli oneri necessari per ottenerli.

    Per Teha: “Oggi in Italia l’obiettivo non è spendere di più, ma spendere meglio. A partire da questo principio, la ricerca propone sei direttrici di intervento per ridisegnare il sistema italiano degliincentivi”. Da questa premessa nascono sei direttrici di intervento:

    • definire una strategia nazionale degli incentivi, attraverso una revisione zero-based delle misure esistenti e una concentrazione delle risorse su poche priorità industriali e tecnologiche.
    • adottare un protocollo standard per ogni incentivo, stabilendo fin dall’avvio obiettivi, beneficiari, KPI, impatti attesi, addizionalità, durata e responsabilità.
    • garantire maggiore stabilità alle misure, con una durata minima di cinque anni, regole complete al momento del lancio e senza modifiche retroattive.
    • nominare un Incentive manager, presso il ministero competente, con responsabilità sull’intero ciclo della singola misura e sul coordinamento degli attori coinvolti.
    • creare uno Sportello unico digitale interoperabile, fondato sul principio once only: ogni dato dovrebbe essere fornito dall’impresa una sola volta, attraverso l’integrazione del fascicolo digitale d’impresa con le banche dati pubbliche.
    • rafforzare l’Inapp, trasformandolo in un organismo indipendente per la valutazione ex post degli incentivi, con una relazione annuale obbligatoria al Parlamento.

    La logica complessiva è quella di ridurre la dispersione e rendere più chiaro il rapporto tra risorse impiegate e risultati ottenuti. La ricerca individua i cinque ambiti strategici sui quali concentrare gli incentivi alle imprese: energia e acqua, intelligenza artificiale e quantum, biotecnologie e materiali avanzati, robotica e sistemi autonomi, difesa, spazio e sicurezza. La proposta è concentrare le risorse su un numero limitato di ambiti, nei quali l’Italia possa sviluppare capacità tecnologiche e industriali rilevanti. Gli incentivi diventerebbero così uno strumento di politica industriale, con l’obiettivo di contribuire a ridurre il divario tecnologico e di investimento rispetto ai leader globali.

    Vanessa Pompili

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