È la psicologia senza veli il fil-rouge che guida Sotto La Pelle: il morso del coccodrillo, il noir di Emiliano Di Mascio, educatore professionale, ambientato tra il quartiere San Lorenzo a Roma, “organismo vivo che respira male”, e il comune umbro di Spello che fa da contraltare al decadimento della capitale.
Il protagonista è un giovane tassista che lavora di notte, Marco, ossessionato e alienato da una metropoli malata, da “una discarica che si traveste”, da un ambiente umano che lui vede kafkianamente sempre pieno di insetti e di topi. La stazione Termini è l’apice dell’imbarbarimento determinato dalla concentrazione di spacciatori, ubriachi, prostitute. Il taccuino nero è la sua anima, i disegni costituiscono un tentativo di purificazione.
Ad alimentare i febbrili eventi saranno la vicina di casa malmenata dal marito poliziotto, l’apparizione quasi mistica della giovane Elena/Giulia “una melodia che taglia il rumore da festa”, simbolo di purezza, e l’adozione di Spello, con la tranquilla vita di provincia, quale eremo in cui il protagonista si confermerà “salvatore predatore”.
Cinematograficamente c’è un po’ di Taxi driver, di Un borghese piccolo piccolo, di Dottor Jekyll & Mr Hyde in questo agile e intenso noir psicologico, dove è la claustrofobia interiore del protagonista ad accompagnare il ritmo convulso della narrazione. Le maschere sociali contrapposte alla gentilezza del protagonista, i fantasmi della mente e le fratture interiori, le voci che traspirano dai muri, il senso di giustizia sono alcuni ingredienti di quest’avventura letteraria di Di Mascio pienamente riuscita. La storia è cruda, scava nelle profondità della mente non chiedendo permesso e racconta il dolore che non si vede.
INCIPIT
Alle 7:58 il timbro sul cartellino segnò il suo ingresso. Due minuti prima dell’orario, come sempre. Non era pignoleria, era un rituale: l’unico modo per convincersi che la giornata non avrebbe vinto su di lui. Il resto dei colleghi passava distratto con il caffè in mano e lo sguardo spento. Nessuno notava la precisione, nessuno mai notava lui.
Marco, 33 anni, lavora come autista notturno per una compagnia di trasporti urbani. Vive da solo in un piccolo appartamento anonimo, arredato in modo essenziale, nel quartiere San Lorenzo. Guidava per le strade della città con il taxi aziendale, sedile consumato e odore di plastica vecchia. La città non dormiva mai, ma non era viva. Era un organismo malato che tossiva fumo e scorie, un labirinto di facciate illuminate e vite marce dietro le finestre.
Durante i turni annota mentalmente dettagli delle persone che incontra: scarpe consumate, un tic nervoso, la marca di un profumo. Per lui ogni dettaglio è un indizio per ricostruire la vera persona dietro la maschera.
I passeggeri salivano e scendevano senza mai incrociare davvero i suoi occhi. Gli bastava osservarli di riflesso, nello specchietto retrovisore. Scarpe consumate, mani che tremano, voci troppo veloci o troppo lente. Bastavano pochi dettagli per capire chi avevi davanti. O almeno, era ciò che Marco amava credere.
Quella sera, a un incrocio qualsiasi, salì una ragazza…
Giampiero Castellotti































